Nazismo e Shoah – I narratori

In questa seconda (la prima la trovate qui) parte il nazismo e la Shoah saranno presentati in modo più romanzato, quindi niente più testimonianze dirette e contemporanee, ma oggi vogliamo adottare il filtro del tempo e dell’artificio letterario e, perché no?, cinematografico, per affrontare in modo forse conclusivo questo argomento così ostile e doloroso.

Adottiamo un punto vista cronologico nel parlare di questo I-fratelli-Oppermannmomento storico e per questa ragione ci trasferiamo subito in Germania andando a presentare “I fratelli Oppermann”, di Lion Feuchtwanger, un libro che, sebbene sia stato pubblicato nel 1931, ambienta le sue vicende nel 1941 e presenta contenuti quasi profetici di ciò che sarebbe capitato di lì a breve alla Germania e alla sua società. Questo straordinario romanzo, la storia di un’agiata famiglia di ebrei tedeschi travolta dall’avvento del nazismo, presenta una società ora inconsapevole, ora politicamente impreparata, ora volutamente cieca di fronte alla Storia assiste all’affacciarsi del nazismo nella Germania degli anni Trenta: passato e futuro si fondono nella saga degli Oppermann, che da cittadini benestanti ed emancipati di una Berlino all’avanguardia precipitano nel vortice di una tragedia reale, fatta di svastiche, camicie brune, discriminazioni, inganni e tradimenti.  

storia-di-una-ladra-di-libriTorniamo indietro nel tempo di un paio di anni e parliamo di “Storia di una ladra libri”, di Markus Zusak, un testo del 2014 che si è rivelato un grande successo internazionale, tradotto in quaranta lingue e che ha venduto otto milioni di copie, oltre a essere stato trasposto al cinema con altrettanto successo (questo è il link al film completo, non è un granché di qualità, ma per avere un’idea può bastare). La storia è semplice, nella sua banale tragicità: siamo nella Germania nazista del 1939, alle porte della Seconda Guerra Mondiale, e Liesel Meminger, la ragazzina protagonista, scopre per caso quasi sepolto dalla neve un libriccino e non ci pensa due volte a prenderlo e portarlo con sé. Questo sarà l’inizio della sua attività clandestina di trafugatrice di testi, vuoi da roghi ormai spenti, vuoi da biblioteche in pericolo o vuoi pure da case di persone comuni ormai deportate nei famigerati lager: Liesel troverà nelle parole, nelle pagine dei libri un doloroso e prezioso antidoto all’orrore che la circonda, un zattera di salvataggio nel mezzo del gorgo che sta portando il suo e l’altrui mondo alla rovina. I tempi si fanno più difficili ancora e, quando la famiglia adottiva di Liesel accetterà di nascondere un ebreo in cantina, la nostra protagonista sarà pronta per affrontare definitivamente il mondo.

Rimaniamo nel mondo dei giovani e andiamo toccare con delicatezza il tema di cui ci stiamo occupando cercandolo negli occhi di una bambina che affronta un mondo che non riesce a capire: questa è la storia di Ellen e dei suoi giovanissimi compagni e il libro è “La speranza più grande”, di Ilse Aichinger. È la storia surreale di una bambina ebrea che vive nel desiderio di raggiungere la madre scampata alla persecuzione nazista in un paese lontano e neutrale. Un desiderio che la porterà ad inventarsi viaggi immaginari sotto la guida della sua preziosa stella – la stella di David – che diventa simbolo di speranza invece che marchio di infamia. Ascoltando le fiabe che le racconta la nonna con cui vive, la piccola Helen trova di giorno in giorno il coraggio per sopravvivere nella desolazione quotidiana di una città austriaca sotto il giogo dell’occupazione tedesca. La morte della protagonista, uccisa da una bomba, coincide idealmente con l’approdo a quella meta lontana così desiderata fin dall’inizio del romanzo. Ma la cosa che più colpisce di questo romanzo è lo stile infantile e magico, sempre in bilico tra il fiabesco e il realismo più duro, uno stile che costringe a volte a tornare indietro a rileggere quel passaggio per capire se ciò che si è appena letto fa parte della realtà o del mondo dove la piccola narratrice si rifugia per riuscire ad accettare un mondo terribile.

Continuiamo a parlare di nazismo e di Shoah, la persecuzione degli ebrei da parte dei seguaci di Adolf Hitler, trasferendoci in la-ragazza-con-la-bicicletta-rossaOlanda, ad Amsterdam, città dalle grandi risorse che abbiamo già conosciuto nel primo capitolo dedicato a questo tema: il libro che ci aiuterà ad andare avanti è “La ragazza con la bicicletta rossa”, di Monica Hesse, che ci offre ancora un pusto di vista femminile, quello di Hanneke, la protagonista. Hanneke è una “trovatrice”, incaricata di scovare al mercato nero beni ormai introvabili: caffè, tavolette di cioccolato, calze di nylon, piccoli pezzetti di felicità perduta. Li consegna porta a porta, e lo fa per soldi, solo per quello: non c’è tempo per essere buoni in un mondo ormai svuotato di ogni cosa. Perché Hanneke, in questa guerra, ha perso tutto. Ha perso Bas, il ragazzo che le ha dato il primo bacio, e ha perso i propri sogni. O almeno così crede. Finché un giorno una delle sue clienti, la signora Janssen, la supplica di aiutarla, e questa volta non si tratta di candele o zucchero. Si tratta di ritrovare qualcuno: la piccola Mirjam, una ragazzina ebrea che l’anziana signora nascondeva in casa sua… Hanneke, contro ogni buon senso, decide di cercarla. E di ritrovare, con Mirjam, quella parte di sé che stava quasi per lasciar andare, la parte di sé in grado di sperare, di sognare, e di vivere. Un romanzo di lancinante bellezza, che ricorda la città dei tulipani e la forza di chi ha cercato di sconfiggere l’orrore con il più piccolo, e grande, dei gesti.

Con “Lui è tornato”, di Timur Vernes, lasciamo i tempi della guerra e approdiamo ai giorni nostri, nel 2012, quando a Berlinolui-e-tornato improvvisamente tra la rugiada di un prato si risveglia Adolf Hitler, in perfetta tenuta da führer, divisa, cappello, stivali e baffi ben pettinati. Immaginate la sua sorpresa nello scoprire che la guerra è stata perduta e che la sua missione è naufragata, o meglio, è stata solo rimandata: questo lui lo sa benissimo e sarà la stella polare di ogni azione che farà da quel momento in avanti. Fortuna poi vuole che lo prendono per un comico, per un talentuoso imitatore del defunto dittatore, e come tale approda velocemente alla televisione, scopre internet e accede a mille nuove possibilità di portare di nuovo avanti la sua sacra missione, in nome della superiorità della Germania e della razza ariana. Come va a finire ve lo lascio scoprire da soli, voglio solo qui annotare il grande lavoro che ha fatto l’autore, il quale si è letto tutto quello che riguarda Hitler per riuscire a entrare nella mente di questo oscuro personaggio, penetrare i suoi pensieri più intimi e tutti i ragionamenti che hanno condotto alla tragedia che è stata la Seconda Guerra Mondiale. Ah, il libro è narrato in prima persona: da chi? Provate a immaginare.

Per cominciare a vedere la fine di questo articolo in bellezza, abbiamo deciso di farlo facendovi rizzare i capelli dalla paura e, visto che vedere il mondo attuale dal punto di vista di Hitler lo sappiamo che non vi ha impensierito più di tanto, abbiamo deciso di presentare unonda ultimo libro, “L’onda”, di Todd Strasser. Siamo alla Cubberley High School di Palo Alto, in California, e la storia è quella del professore Ron Jones e del suo esperimento dal nome “La terza onda”, un esperimento di storia molto particolare, perché parla di autarchia e di psicologia delle masse, per insegnare agli studenti del college come sia potuto accadere ciò che è successo e le dinamiche psicologiche e sociali che sono state messe in moto. Ecco allora che appaiono delle regole da osservare e si badi bene, i partecipanti sono tutti volontari, non c’è coercizione da parte di un potere forte: ci si alza quando si parla in classe, si rispetta l’insegnante, eletto a suffragio universale la guida dell’esperimento, ci si inventa l’appartenenza a un gruppo in qualche modo di eletti, si crea un simbolo di appartenenza e si codifica un saluto da fare solo con quelli del gruppo. Poi si creano piccole missioni, sempre per consolidare l’importanza dell’identità, e piano piano l’esperimento prende vita anche fuori dalla mura scolastiche dove era nato e dove sarebbe dovuto rimanere e da qui è un attimo che la cosa scappa definitivamente di mano a tutti, professore compreso, e da piccoli episodi la violenza diventa invece all’ordine del giorno, fino al tragico epilogo. Perché questo libro? Perché ciò che è successo in Germania, così come in tutti i regimi totalitari, non è stato generato dall’intervento divino di chissà chi, perché quel tipo di dinamiche, nate dalla povertà, dalla disoccupazione e dall’ignoranza, sono sempre in atto e un nuovo nazismo potrebbe nascere in qualunque parte del mondo in qualunque mondo, anche adesso e l’unica speranza di fermarlo e arginarlo è data solo dalla cultura. Meditate, gente, meditate. Da questo libro anche un grande film tedesco del 2008, qui il link al trailer.

Completando questo articolo con dei libri anche per bambini, impossibile non citare “Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne, nonché “Il piccolo acrobata” di Raymond Gurême, o anche “Soldatini di piombo”, di Uri Orlev, o anche “Un sacchetto di biglie” di Joseph Joffo, e per completezza di testi al riguardo – impresa quasi impossibile, ma noi ci proviamo per il nostro piccolo -, citiamo ancora la graphic novel “Maus”, consigliamo di fare una banale ricerca in internet e di andare a dare un’occhiata a questo articolo qui, dove si presentavano due libri ascrivibili all’argomento trattato, nonché di consultare quest’altro sito qui, che ha avuto il grande merito di fare una raccolta dei libri sulla Shoah pensando esclusivamente ai lettori più piccoli e infine andiamo a presentare l’ultimo libro su questo argomento.

Infine, e veramente infine, non so se ci avete fatto caso, ma in questo lungo articolo si parla molto – e doverosamente, aggiungerei – di ebrei e della loro tragedia, ma c’è anche un altro attore chiamato in causa: la Germania intera, non solo Hitler e la sua follia e per cercare di fare un affresco un po’ più realistico della situazione storica di quell’epoca, non mi rimane che presentare un ultimo grandissimo romanzo: “Le benevole”, di Jonathan Littel. La storia narrata è quella di Maximilien Aue, nato in Alsazia da padre tedesco e madre francese, che ha superato indenne la guerra e dirige sotto falso nome una fabbrica di merletti nel nord della Francia. Svolge bene il suo lavoro, è un uomo preciso ed efficiente. Preciso ed efficiente, del resto, lo era stato anche negli anni del nazismo, quando fra il 1937 e il 1945, aveva fatto carriera nelle SS in Germania per senza troppa convinzione. Nel 1941 Max è sul fronte orientale, dove nell’ambito delle Einsatzgruppen dà il suo contributo al genocidio di ebrei, zingari e comunisti e, dopo le alterne vicende della guerra e quando il destino del nazismo è ormai deciso, riesce a salvarsi grazie al suo bilinguismo: assumendo l’identità di un francese deportato in Germania, riesce a fuggire. Ecco, questo è un romanzo difficile, una storia che parla di e a ciascuno di noi, sono parole che puntano il dito e fanno una semplice domanda: chi è il colpevole di quanto è successo? La follia di Hitler, d’accordo, ma anche chi dava gli ordini e chi quegli ordini li eseguiva? E perché non chi cucinava per le truppe o chi ha permesso che i treni della morte potessero trasportare migliaia di persone verso una morte atroce? Maximilien Aue è parte di noi, la parte più nera e “Le Benevole” ci fa rivivere gli orrori della Seconda guerra mondiale dal punto di vista terribile e ripugnante dei carnefici, un punto di vista necessario proprio perché quegli stessi aguzzini saremmo anche potuti essere noi.

Grazie di essere rimasti fino alla fine: è stato difficile scrivere questo lungo articolo, ma immagino che anche leggerlo non sia stato privo di difficoltà.

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