Paladini della lingua italiana

Oggi 6 luglio che è il compleanno del libraio, lo stesso ha deciso di farsi un bel regalo parlando di un tema che gli sta molto a cuore e cioè del bisogno che c’è di paladini della lingua italiana: c’è bisogno che ognuno di noi riscopra l’amore per l’italiano, la nostra bella lingua che ha dato a tutto il mondo opere infinite, purtroppo oggetto tutti i giorni di vandalismo, menefreghismo, offese più o meno esplicite e becere, più o meno consapevoli. Basti guardare su Facebook come vengono deturpate parole, frasi, espressioni e secoli di letteratura, di grammatica e di ortografia da utenti ignoranti, senza scrupoli, né un briciolo di rispetto, senza nemmeno porsi il problema del come si scriva.

Questo sarà un articolo al vetriolo, lo annuncio: tutti si sentono in diritto di scrivere senza avere il benché pudore sulle regole da Impara a scrivere in italianoadottare in tal senso, anzi. Sono italiano, scrivo come penso sia meglio senza nemmeno interrogarmi sul fatto che esista un codice da seguire. E sapete qual è la cosa più terribile? Che alla fine chi si vergogna a denunciare stupri grammaticali e ortografici sono proprio quelli che quell’attenzione, quell’amore e cura per la lingua ce l’hanno e che, se si azzardano ad alzare timidamente il ditino per avvertire che quella parola non si scriva così, si sentono rispondere: “Eccheppalle! Dai, su. Che vuoi che sia. Basta capirsi!”, frase tipo dietro la quale vive trincerata la grassa ignoranza, offesa dall’essere riconosciuta e, soprattutto, ben lungi dal voler essere corretta o messa in discussione.

Questo articolo, pensato in maniera abbastanza neutra, è partito invece come uno sfogo, un’esplosione data dall’impotenza di poter fare qualcosa contro la violenza linguistica che cresce e si ciba di non cultura, di non scuola, di famo a capissi, che dilaga e allaga e che è rappresentata ovunque: dai social network come anticipavamo sopra alle scritte sui muri, ma anche dai sottotitoli televisivi finanche nei quotidiani. Ora che il problema è ben chiarito, possiamo occuparci delle timide sacche di resistenza che pure esistono, strenui baluardi indefessi nella protezione del nostro amato idioma.

Come si diceva, lo scempio inizia presto, prestissimo, e la scuola, o meglio la non scuola, si rivela suo malgrado essere il nido di questo malcostume linguistico, ma ecco che un primo eroe si erge a tutelare la lingua: è Erik Orsenna, autore di numerosi libri grammatical-fiabeschi per bambini (contenuti come sequenza di immagini qui sopra). Si tratta in buona sostanza di favole dall’alto contenuto poetico-immaginifico e naturalmente grammaticale, delle riflessioni metalinguistiche per mostrare evidente davanti agli occhi di tutti la magia della lingua, la sua perfezione e la sua connaturata impossibilità di descrivere tutto gli aspetti del mondo e della vita. Per fare un esempio vi racconto che rimasi folgorato quando seppi come si esprime dispiacere in spagnolo: abituato a “Mi dispiace.”, “I’m sorry.”, “Desolé.” ed “Es tut mir Leid.” (rispettivamente Sono spiacente, Desolato, Mi fa dispiacere in inglese, francese e tedesco), quanto mi sono trovato davanti ad un immenso “Lo siento.” iberico mi sono venute le lacrime agli occhi, tanto è ampia, empatica e personalmente partecipata questa espressione.

Lasciamo lo scrittore francese per tornare in Italia e farci coccolare da Massimo Birattari, autore che avevamo già incontrato in precedenza a proposito di “Benvenuti a Grammaland” e “Scrivere bene è un gioco da ragazzi” recensiti in questo articolo. Ebbene, quest’oggi vogliamo andare a fondo nella sua produzione letteraria, lui che, novello don Chisciotte, si è occupato di avvicinare la grammatica ai ragazzi rendendo divertente e avvincente quanto tradizionalmente viene percepito come la quintessenza della noia.

No, ragazzi. La grammatica sarà anche un insieme di regole e regoline, ma sono i mattoni della lingua che state usando e, come se volete costruire una casa dovete sapere le basi dell’edilizia, allo stesso modo per costruire frasi di senso compiuto dovete adottare la grammatica. Vi aiuta il fatto che ne avete apprese le basi da piccoli e lo fate inconsciamente, ma se solo aveste la curiosità di andare oltre e imparare di più, vedreste quante altre porte vi si potrebbero aprire davanti. Porte di cui sicuramente prima ignoravate l’esistenza.

Restiamo ancora sul pezzo, la difesa della nostra bella lingua, e lo continuiamo a fare con due libri che ho avuto la fortuna di incontrare durante la mia gita al Salone del Libro di Torino a maggio e che ho già introdotto qui, ma che avevano bisogno di essere presentati un po’ meglio, cosa che possiamo fare ora in questo spazio.

PazzescoIl primo testo che esamineremo è “Pazzesco!”, di Luca Mastrantonio, un libro che pone le sue radici di essere sul malessere volontario e involontario causato da scelte linguistiche prese senza rifletterci troppo. (Diciamola così, perché ammettere che il popolo italiano sia abitato in larga parte da ignoranti lessicali e culturali, cafoni senza speranza, potrebbe offendere qualcuno.) Pazzesco! già dal titolo denuncia i troppi abusi dell’italiano, le coercizioni che alcune espressioni hanno subìto e il sovrabbondante o mancato utilizzo di forme che alla fine risultano sbagliate, ridicole, all’orecchio inascoltabili o semplicemente forestiere. Tanto per fare qualche esempio, sarà importante notare che l’universale uso di “OK” inibisce tutte le altre forme indigene sinonime (per assurdo potremmo mettere un giorno  una croce su “Sì, Va bene, D’accordo, Certo” ecc., ecc. Esagerato? Forse, ma una riflessione la merita). All’italico popolo piace il forestierismo, specie se inglese, non so, dà al discorso un tono più chic, cool, il top del top, appunto. Ma anche qui il discorso sarebbe lungo, complesso e non inciderebbe su questo fenomeno, per cui ci basterà porre il problema affinché ciascuno rifletta su ciò che dice e su come lo dice. Però ormai che ci siamo, qualche sassolino me lo levo anch’io: “Ritornare” è intransitivo! Non si “ritorna” un documento; semmai lo si “rimanda”, “restituisce”. Sentito in bocca alla politica Micaela Biancofiore, ma usato, ahimé, da molti italiani.

Altre bestemmie terribili sono “Attenzionare” o “Efficientare”, espressioni anche queste che si cibano di burocratese e di finto tecnicismo, come se esistesse un modo per ufficializzare l’errore: un po’ come se per scacciare una mosca dal David di Michelangelo usassimo un martello e facessimo spallucce se qualche colpo arriva sul marmo. E allora che cosa facciamo? Qual è l’antidoto a questa sciatteria dilagante? Un’idea ce la può dare “La strage dei congiuntivi” di La strage dei congiuntiviMassimo Roscia: esagerata, fuori luogo e assolutamente inefficace d’accordo, ma almeno qualcuno ha avuto un’idea in difesa della nostra bella lingua italiana. Questo è un libro impegnativo, ve lo preannuncio: non so in quale genere metterlo, forse il noir, ma non sarebbe del tutto corretto e soprattutto non è questa la parte difficile. Quella è rappresentata dallo stile: curato, preciso, maniacale; pieno zeppo di tecnicismi e dettagli di moltissimi campi dello scibile, dalla retorica alla profumeria, dalla classicità greca e latina alla balistica e alla linguistica. Massimo Roscia è forse un pazzo, ma un pazzo da ringraziare, e ha scritto un libro che è puro nettare per chi ha bisogno di un libro con stile, curato fin nei minimi dettagli.

E alla fine, per concludere l’articolo in bellezza, lasciamo la parola a Umberto Eco, che ci dà quaranta preziosi consigli per parlare bene l’italiano a questo link. Buona lettura.

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