Il dizionario degli insulti

Diversi giorni fa mi venne la curiosità di saperne di più sugli insulti, sulle parolacce e su tutta quella gamma di parole che impariamo immediatamente da bambini e che altrettanto immediatamente i genitori ci dicono che non si possono dire e che allora aspettiamo di diventare grandi per poter usare. Tutte quelle parole che non si devono dire e che invece in alcuni casi ci servono come l’aria: anche perché, diciamocelo chiaramente, se esistono significa che qualche scopo devono pur averlo, che la versione “pulita” non riesce a soddisfare, sia per immediatezza che per limiti propri.

Vi ci vorrei vedere voi, infatti, a dare del “Figlio di donna di dubbia moralità” a quello che ruba soldi pubblici, o del “Membro cefalico” (questa è più complicata, rifletteteci) a quello che guida come un pazzo in centro. No, questo non possiamo dirlo: dobbiamo usare l’altro modo, decisamente più appropriato e pertinente.

Dizionario InsultiSul turpiloquio molto si potrebbe dire, a cominciare dallo sdoganamento delle parolacce a livello sociale, ma a noi qui interesserà di più presentare l’opera di Gianfranco Lotti, quel Dizionario degli insulti, edito nel 1984, che con rigore accademico ci presenta tanti, tanti termini da usare nei momenti più appropriati. E magari scoprirne origine, etimologia, eventuali altri significati ed anche usi letterari. Però a questo punto l’insulto perde le sue caratteristiche di parola in qualche modo bandita e assume un carattere aulico e una sua dignità essenziale.

Ora basta con le ciance e andiamo a dare qualche esempio. Ve lo immaginavate che “cacca” e “cacare” non hanno attestazioni in latino, ma trovano parallelismi nelle aree celtica, slava, armena, greca, probabilmente perché in greco la radice kak– di kakós designava qualcosa di cattivo e brutto? Oppure «bastardo», che forse deve la sua origine a *bastum, sella da soma, proprio per indicare un’origine non così chiara (generato su un basto), o al germanico *bansti (da qui al significato “generato in una grangia”, una sorta di granaio): in ogni caso la madre in questione non doveva avere fama di santa donna. Possiamo anche scoprire che «lurido», derivante dal latino Luridus, originariamente derivato a sua volta da luror = pallore cadaverico, valeva solo come “pallido, livido, smorto” e in un secondo momento queste caratteristiche fisiche sono passate a indicare una protratta carenza di nettezza fisica o, metaforicamente, morale. Come non sorridere alla descrizione di pugnetta quando si legge che il è nome dato a designare plasticamente (dalla forma che la mano assume) l’atto onanistico; il quale a sua volta prende il nome da Onan, personaggio biblico che, non volendo prole dalla neosposa Tamar (sposata per le leggi del Levirato, ma qui non ci interessa), disperdeva per terra il proprio seme e fu punito da Dio con la morte. Oppure tonto, che deriva dal latino [at]tonitus, participio passato di attonere, da tonus (= tuono) e andrebbe etimologicamente a significare «colpito dal tuono, rintronato», e per questo «sbigottito, stordito», «incapace di ragionare».

Sì, le parole sono importanti e anche dietro alla più umile, brutta e, perché no?, sporca c’è un mondo da scoprire per saperla collocare ed apprezzare.

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